La malinconia è utile, quasi un toccasana, per iniziare il vero cambiamento.

Il GIORNALISTA DEL NEW YORK TIMES ha definito gli italiani il popolo più infelice d'Europa e l'Italia nazione ormai inserita in un declino irreversibile.

La maggior parte dei commentatori si è come compiaciuta specchiandosi beata nel ritratto in grigio scuro che è stato posto davanti agli occhi nostri e del mondo. I più vecchi, quelli che crescono meno di tutti, i meno innovativi, quelli afflitti da problemi centenari mai risolti, che hanno finito per ridurre la nostra società in una scomposta poltiglia, e ora anche i più depressi e sfiduciati.

Invece, credo che proprio la malinconia che ci è stata rimproverata potrebbe essere il passaggio utile e necessario per iniziare un cambiamento sostanziale. Occorre riconoscerla, prenderla sul serio e fare in modo che, come dicono gli esperti di comportamento organizzativo, sia uno stato, ovvero una reazione temporanea a cause vere e rilevanti e non divenga invece un tratto, vale a dire un aspetto stabile e permanente del nostro carattere nazionale.

Certe illusioni non possiamo più coltivarle: non possiamo pensare di mantenere i nostri livelli di benessere producendo meno e in settori nei quali ricerca avanzata e innovazione non fanno la differenza. Non possiamo distribuire diversamente una ricchezza che non riusciamo più a creare al ritmo del quale siamo stati capaci in passato. Non possiamo illuderci che ci siano “pasti gratis”; far finta di niente di fronte a metà paese che vive parassitariamente a spese dell’altra metà; non possiamo più combattere e indignarci per gli sprechi di denaro pubblico e tollerare accanto a noi chi, grazie a quegli sprechi, sopravvive e qualche volta addirittura arricchisce. Non possiamo più cullarci nell’illusione che il nostro lungo e glorioso passato ci assegni un seggio permanente nel club delle nazioni più ricche, più colte, più artisticamente dotate e più produttive, senza un impegno nuovo e straordinario da parte nostra, mentre tutto intorno a noi cambia e la nostra crisi è parte della crisi di tutto l’Occidente stretto nella morsa della globalizzazione che sta spostando il baricentro sociale, economico e politico del nostro mondo lentamente verso Oriente.

La perdita di queste illusioni e il senso di vuoto che essa genera, la nostalgia per il benessere passato e la paura di un futuro che per la prima volta facciamo fatica in troppi a immaginare migliore del presente: sono queste le cause della malinconia. Ma la chiarezza di sguardo che essa ci dà può essere il punto di svolta che ci serve per ripartire.

Potrebbe essere il segno di una ritrovata voglia di capire, di sapere come stanno davvero le cose, di partire da una visione aggiornata e approfondita di quello che ci circonda per chiedersi cosa è possibile fare per cambiare. Nel momento in cui non abbiamo più voglia di favole, di chiacchiere inutili e inconcludenti si apre la possibilità per un salto di consapevolezza. Potrebbe essere la luce di un faro che ci indica che la nuova strada è stata imboccata e che può essere ancora ricca di soddisfazioni, se solo sapremo guardare oltre.

 
04.02.08
 
Studio Sarmas
Nicola Mastropietro
 

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